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The Wrestler
L’impressione che si trae da questo film è che Aronofsky abbia giocato tutto su un personaggio bigger than life, di una dissipazione quasi eroica, che appena appare sullo schermo non può non creare empatia nello spettatore. In modo talmente esplicito, talmente ovvio, talmente esibito da essere paradossalmente onestissimo: sai bene di cadere nella trappola, e [...]
20 gennaio 2011
L’impressione che si trae da questo film è che Aronofsky abbia giocato tutto su un personaggio bigger than life, di una dissipazione quasi eroica, che appena appare sullo schermo non può non creare empatia nello spettatore. In modo talmente esplicito, talmente ovvio, talmente esibito da essere paradossalmente onestissimo: sai bene di cadere nella trappola, e ci cadi.
Il regista conosce fin troppo bene le potenzialità di ciò che va mostrando che non si chiede neppure come mostrarlo. Né, d’altra parte, si ritira sullo sfondo, in una messa in scena invisibile. Al contrario, si fa sotto al suo personaggio, vi va appresso, quasi ci mette in contatto, tanto da risultare quasi fastidioso. Alla fine questo Randy The Ram costantemente sullo schermo da quasi un senso di claustrofobia. Quando, alla fine, lo schermo è diventato nero, mi sono sentito decisamente sollevato.
Tutto voluto, chiaramente. Lo spettatore deve sentirsi coinvolto con il protagonista, ma non identificarsi: è il voyeur, il pubblico-vampiro che succhia fino all’ultima goccia l’energia di questo patetico loser. Ed al pubblico si da tutto: la celebrità al tramonto, l’atleta tradito dal suo corpo, il freak sottoprodotto del sogno americano, l’età che avanza, gli affetti perduti o impossibili, il riscatto nel fare la sola cosa che si è in grado di fare, costi quel che costi… tutta spettacolarizzazione, che finge di essere vera anche se il pubblico conosce il trucco ma sta al gioco lo stesso. Una montagna di cliché talmente elevata da rasentare il sublime, l’intollerabile, da diventare credibile perché tale lo vuole lo spettatore, completamente spiaccicato contro Randy.
Aronofski ha da una parte un personaggio che è una storia in sé e un attore che è quel personaggio; dall’altra un pubblico avido di crederci ed esaltarsi. Tutto quello che deve fare è fare scontrare queste due istanze, non in modo discreto, anzi più è ovvio e urlato lo scontro meglio è.
Tutto questo, col cinema inteso quale mezzo artistico forse ha ben poco a che fare. Col cinema inteso come spettacolo, ha tutto a che fare.













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