Primo comandamento: la palla è rotonda.

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La palla è rotonda. Di calcio si discute partendo da questo tema che fa dell’imprevedibilità un dogma. Il calcio tecnologico della tv poggia le sua basi fragili, sulla rotondocrazia planetaria e un motivo c’è. Gli interessi economici rendono il calcio più un pretesto e sempre meno testo, cioè il calcio come fenomeno di massa a [...]

13 novembre 2011

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thumbnail.aspx 3 Primo comandamento: la palla è rotonda.

La palla è rotonda. Di calcio si discute partendo da questo tema che fa dell’imprevedibilità un dogma. Il calcio tecnologico della tv poggia le sua basi fragili, sulla rotondocrazia planetaria e un motivo c’è. Gli interessi economici rendono il calcio più un pretesto e sempre meno testo, cioè il calcio come fenomeno di massa a cui serve una teoria che ne spieghi o ne illustri il funzionamento e ne riveli anche gli aspetti politici. Il pretesto serve per spostare l’attenzione dal contenuto al contenitore, il mezzo tecnologico, e per pubblicizzare il calcio televisivo, che in questo modo diventa un prodotto da vendere. Nel calcio visto in tv sembra di stare in mezzo al campo, le immagini spezzano un’azione e la riproducono molte volte. Si assiste a un racconto della partita che rimane un’altra cosa da quella vista allo stadio. Partendo dal presupposto che la palla è rotonda le singole azioni di una partita possono diventare sequenze a sé e dare origine a varie e infinite interpretazioni. Pare ragionevole, invece, pensare che siano conseguenze di una modalità di gioco di squadra in cui conta l’apporto di tutti i giocatori e se la palla non va dove deve andare, sarà pure perché è rotonda, ma forse qualcuno ha sbagliato un’azione. ‘Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia’, diceva De Gregori. Il calcio business della tv toglie al gioco vero un altro aspetto importante: quello sociale e comunicazionale (da ‘Il fatto quotidiano’ di venerdì). Si dice che negli stadi c’è la violenza, e forse è vero. Ma se nessuno alimentasse questo malcostume molti sarebbero contenti di recarsi allo stadio per vedere una partita dal vivo, invece di assistere da casa al suo racconto, con immagini assemblate da altri. Il calcio spettacolo, il calcio business tira in ballo il concetto di verità, difficile da trattare in generale. In questo caso lo è se si parte dall’idea che la palla va magicamente dove vuole. In una società ipercomunicativa come la nostra cresce il quantitativo di verità disponibili, allo stesso modo si dovrebbe aguzzare la capacità critica per capire se alla quantità corrisponde la qualità, cioè se veramente le cose stanno proprio come ce le prospettano i mezzi di comunicazione, ad esempio, o se la finalità è manipolatoria e la causa il business. La vulnerabilità del pensiero critico di fronte alle seduzioni della tv non riguarda solo il calcio, anche il calcio e per questo c’entra la politica. Quando si sostiene con forza l’imprevedibilità del pallone pare si voglia giustificare tutto, anche l’errore di uno o più giocatori, visto che il calcio è un gioco di squadra. Il che può succedere, ma oggi conta coinvolgere lo spettatore e le presunte bizzarrie della palla gli offrono l’opportunità di essere protagonista, come se contasse lo show non la professionalità dei giocatori, la passione dei tifosi e il clima di festa senza violenza che si respira durante una bella partita di calcio.  Se fosse così potrebbe andare allo stadio e partecipare anche chi non è esperto di schemi e moduli di gioco. Con il calcio tecnologico in tv e la violenza negli stadi pare conti la rotondocrazia globale e nient’altro, pretesto per il business e, forse, per le azioni violente.

Manuela.

Scritto da Manuela

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