Il sesso aggiunto – la recensione

Img2184

A ben guardare, e giudicando dai film usciti sull’argomento, la tossicodipendenza è uno degli argomenti meno affrontati dal cinema (almeno in termini non poliziesco-spettacolari). Forse perché è estremamente difficile rappresentare un mondo come quello della schiavitù fisica e psicologica da una sostanza stupefacente (ma anche dall’alcool), se non se ne ha in qualche modo una [...]

27 aprile 2011

0 commenti


A ben guardare, e giudicando dai film usciti sull’argomento, la tossicodipendenza è uno degli argomenti meno affrontati dal cinema (almeno in termini non poliziesco-spettacolari). Forse perché è estremamente difficile rappresentare un mondo come quello della schiavitù fisica e psicologica da una sostanza stupefacente (ma anche dall’alcool), se non se ne ha in qualche modo una conoscenza diretta. E’ facile, insomma, in un film sulla droga, cadere nel cliché e spettacolarizzare il fenomeno, cedere alla tentazione di mostrare l’ago in vena e il sangue che sgorga, nell’intento di demonizzare quello che, per molte persone, è purtroppo il paradiso in terra.
Se dunque c’è un elemento particolarmente apprezzabile ne Il sesso aggiunto, al di là della sua riuscita come film, è a parer nostro proprio la rappresentazione dei danni che la droga compie non al di fuori, ma all’interno di una persona, di come cambi e azzeri le sue potenzialità, senza dargli al tempo stesso altro che un sollievo momentaneo e irrisorio.

Il sesso aggiunto racconta la vita quotidiana di un ragazzo immerso in questo mondo, facendogli pronunciare battute che nascono dalla sua voce interiore, e ripercorrere un cammino di degradazione e rinuncia di sé meno ovvio di quanto appare. Se il film convince quando mette in bocca ai suoi protagonisti – di destra e di sinistra, accomunati oggi dalla stessa schiavitù – spiegazioni sociologiche sulla differenza nell’uso dell’eroina rispetto agli anni delle contrapposte ideologie, o quando mostra lo sballo serale delle nuove generazioni, risulta più autentico quando a parlare è la poesia di quello che ci appare come un intellettuale fallito.
Forse è un caso, ma osservando il personaggio di Alan ci è capitato di pensare ad Andrea Pazienza: è davvero difficile, per chi non è mai stato dipendente neanche dalla nicotina, capire perché un uomo bello, intelligente, di talento e di successo, sia vittima della più brutta e “volgare” delle dipendenze. In una immaginaria (e oziosa) classifica delle droghe l’eroina è sempre stata all’ultimo posto: non conferisce energie sovrumane, non apre le porte di altri mondi spirituali provocando allucinazioni, ed è sicuramente la sostanza più devastante e visibile dal punto di vista fisico: corpi ricoperti da buchi e tumefazioni fin nelle parti più intime, denti marci, pelle gialla, cadaveri ambulanti che barcollano per le strade delle nostre città. Perché una persona intelligente si riduce a zombie, distruggendo – oltre alla sua – le vite di famigliari e amici? Non lo sappiamo, e il film non ha la pretesa di dircelo, anche se ci racconta la storia di uno di loro, perso dietro a un sogno non suo, facendocelo amare e – in parte – comprendere.

Merito sicuramente anche del protagonista Giuseppe Zeno, convincente anche quando pronuncia battute molto scritte ed esplicita complessi monologhi interiori. Del resto del cast – di ottimo livello per un’opera prima – ci è piaciuta molto Valentina D’Agostino, naturale e spontanea nel ruolo della ragazza di buona famiglia caduta preda del vizio.
Ci convince meno, semmai, l’impianto del testo: il film non è vietato e gli si prospetta una lunga vita “didattica”. Non sappiamo se i ragazzi siano pronti a cogliere il messaggio inserito dall’autore nella pesantezza di una struttura teatrale che richiede loro, prima ancora che una coscienza sociale, una conoscenza drammaturgica. Se anche film “documentaristici”, come Amore tossico e Christiana F., sono rimasti vittime di una materia impresentabile, l’argomento è a nostro avviso tanto forte da schiacciare – come nel caso de Il sesso aggiunto – la nobiltà delle intenzioni e delle parole.
Il compito naturale di un’opera di finzione non è quello di assolvere una funzione educativa e preventiva, e quando si carica di tanta responsabilità un film, per quanto sincero ed “urgente” questo sia, si rischia di comprometterne il valore artistico.

Scritto da Francesco T.

Ti è piaciuto? Ti suggeriamo questi articoli correlati...


Nessun commento

Aggiungi un commento

4 + 7 =