Il mèlodramma nel cinema degli anni ’50.

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Come i film italiani degli anni ’50 hanno insegnato alle donne a piangere. Ne parla il libro di Emiliano Morreale: “Così piangevano”, citato in un articolo di Benedetta Tobagi, pubblicato, ieri, sul quotidiano ‘La Repubblica’. I drammoni sentimentali, manichei e pudibondi, con amori contrastati, figli illegittimi, donne ‘peccatrici’ e poi ‘redente’ hanno creato l’immaginario femminile [...]

21 luglio 2011

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Come i film italiani degli anni ’50 hanno insegnato alle donne a piangere. Ne parla il libro di Emiliano Morreale: “Così piangevano”, citato in un articolo di Benedetta Tobagi, pubblicato, ieri, sul quotidiano ‘La Repubblica’. I drammoni sentimentali, manichei e pudibondi, con amori contrastati, figli illegittimi, donne ‘peccatrici’ e poi ‘redente’ hanno creato l’immaginario femminile di quegli anni e anche il ‘lessico emotivo’ utilizzato dalle donne. Nel film ‘Fughe e approdi’ (2011), di Giovanna Taviani, Nanni Moretti fa il verso alla Bergman che in ‘Stromboli (1950), di Rossellini, va sulle pendici del vulcano a struggersi per amore. Il cinema popolare degli anni ’50 (‘Catene’, ‘Torna’, ‘La schiava del peccato’,’ I figli di nessuno’, ‘Ti ho sempre amato!’, ecc.) ha raccontato i sentimenti di un’Italia che cambiava e ne è stato specchio, ma forse ha anche contribuito a creare un vocabolario sentimentale di facile consumo, confezionando,come un prodotto, una psicologia femminile un po’ superficiale. Ma la passività delle eroine, in quei film, “corrisponde all’immobilismo politico e sociale, nel mèlo contraddizioni e paure affiorano dall’inconscio,ma non sono elaborate. Sin dall’Ottocento, in effetti, il melodramma si era configurato come valvola di sfogo dei costi sociali e dei conflitti generati dalle tensioni tra modernità e tradizione. E nell’Italia degli anni Cinquanta al cuore di quei conflitti c’è la figura femminile. La donna, marginalizzata dalla politica, vessata dalle convenzioni sociali e dalla morale cattolica,è regina indiscussa e prima destinataria del mèlo italiano. Pare un vero e proprio meccanismo di compensazione: nessun’altra stagione cinematografica ha visto un simile protagonismo femminile. Le spettatrici si identificano nei mèlo e ne ricavano il proprio ‘lessico emotivo’, come rivela il confronto con le lettere ai giornali femminili dell’epoca. Nello sguardo tutto maschile dell’industria cinematografica e della società, però, la donna esiste solo come corpo sofferente”. La colpa maggiore  della donna sarebbe, secondo lo studio di E. Morreale nell’”essere dotata di un corpo che prova e provoca desiderio. La sensualità era inconciliabile con l’immagine di una buona moglie e madre cattolica”. Di qui il personaggio femminile ‘doppio’, ambiguo dal punto di vista maschile, che non concepisce la sensualità come una caratteristica delle donne, al di là dei ruoli. Forse,oggi, è la fiction a scrivere il nuovo vocabolario delle emozioni e le modalità per esprimerle. Leggendo le testimonianze nei giornali femminili sembra essere così. Pare, infatti, di imbattersi in donne protagoniste di una sit-com, brillanti, che hanno studiato, infatti parlano forbito, un po’ casinare perchè prese da mille impegni, ma comunque che snocciolano sempre drammoni sentimentali, forse con un po’ più di ironia e provocazione. Vuoi vedere che le donne, ora, cominciano a sbeffeggiare i luoghi comuni utilizzando gli stessi, come a dire:  “Se ci volete così recitiamola nostra parte, ma non crediate in questo modo di essere veramente nel nostro cuore”. Può essere. Ma non sarebbe meglio dirglielo direttamente agli uomini che con le donne ancora se la cavano maluccio?.

Manuela.

Scritto da Manuela

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