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A qualcuno piace …
Nei Social network e nella rete in generale, l’opzione ‘mi piace’ è associata ad ogni brano musicale, video o testo. Gli utenti sono invitati a esprimere, secondo questa opzione, le loro preferenze e a comunicarle agli amici della comunità. “E’ il segno di un’estetica individuale fondata sul gusto e non sul pensiero”, dice Stefano Bartezzaghi [...]
20 agosto 2011
Nei Social network e nella rete in generale, l’opzione ‘mi piace’ è associata ad ogni brano musicale, video o testo. Gli utenti sono invitati a esprimere, secondo questa opzione, le loro preferenze e a comunicarle agli amici della comunità. “E’ il segno di un’estetica individuale fondata sul gusto e non sul pensiero”, dice Stefano Bartezzaghi dalle pagine del quotidiano ‘La Repubblica’. “C’è almeno un punto in cui George Orwell, Aldous Huxley e gli altri autori delle più cupe e angosciose immaginazioni sul futuro hanno sbagliato, e non di poco. Il luogo comune delle utopie alla rovescia, o distopie, vuole infatti che l’uguaglianza tra gli uomini (ottima cosa) sia ottenuta per riduzione di diversità e tarpatura di ogni psiche (spavento). In quei mondi fittizi le manifestazioni di individualismo sono sintomi della peggior malattia, stigmi del peccato originale, prove del crimine più efferato: il pensiero personale”. Gli fa eco l’articolo di Franco La Cecla il quale sostiene: “Questo scivolamento dalla dimensione etica a quella estetica sembra essere l’ultima conseguenza del trionfo dell’individuo: a cui non interessa più ciò che è giusto e conveniente per sé e per i concittadini, ma ciò che gli piace. Il bisogno di non essere confusi con la massa è sempre più evidente e diffuso. E’ la distinzione di cui parlava Bourdieu che però passa dalle classi ai singoli”, cioè l’identificazione in uno stile di vita definito ‘habitus’. Questa trasformazione ha pro e contro, “presta il fianco ai comunitarismi e ai fondamentalismi, ma anche alle comunità indigene, alla ripresa della propria storia personale e collettiva. Certamente ha un cote ‘fashion’ che tocca i ricchi, ma è solo la punta dell’iceberg. Se andate al negozio costruito da Rem Koolhaas a Manhattan per Prada e scegliete un paio di mutande, poi nel camerino, allo specchio vedete tutti i capi di vestiario che andrebbero bene per voi con quelle mutande. E’ il solito ritornello: se vi piace questo, allora vi piacerà anche …”. E così è stato smascherato l’aspetto commerciale del ‘mi piace’. Ma, se al posto dell’opzione ‘mi piace’ ci fosse ‘dimmi cosa pensi di’, tutto ciò avrebbe un altro significato, perché sarebbe l’espressione di un pensiero, non di una preferenza momentanea. E come facciamo a sapere se quello che pensiamo è veramente quello che pensiamo oppure è un desiderio, opinione, una reazione standard indotti dai media e dagli spot? Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio in merito può fare un esperimento: dire ciò che pensa e vedere la reazione altrui, se non desta popolarità, ma inquieta alquanto, quello è un pensiero originale, non standardizzato. Ma a parte le battute, dov’è il generatore ufficiale di clichè, e poi sarà colpa dei neuroni specchio se tutti formulano gli stessi pensieri, a dire la verità, la cui somiglianza è solo un’apparenza perché grattando la scorza c’è il pensiero individuale?. Viene in mente un passaggio del libro di uno scrittore francese di altri tempi. M. Proust, nella ‘Recherche’, trovava disdicevole che la sua amata Françoise rivelasse, in ogni situazione, i suoi stati d’animo, perché l’alta società parigina a cui apparteneva, che lo scrittore frequentava e che Françoise non avrebbe mai frequentato, non ammetteva un comportamento simile. Questione di aplomb. Eppure Françoise lungi dal non essere interessante, è tra i personaggi più presenti nell’opera dello scrittore. Se Proust fosse ancora vivo chissà cosa penserebbe del ‘mi piace’ nel web. Sicuramente, se gli avessimo chiesto di esprimersi circa la percezione estetica delle cose, non sarebbero bastati tutti i caratteri, di tutti i blog, di tutti i siti disponibili in internet
Manuela.













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